Storia del Corso “Odissea”

Questa storia ha inizio nei mesi di luglio, agosto e settembre del 1972 quando alcune centinaia di ragazzi italiani, neo diplomati, desiderosi di entrare all’Accademia Navale di Livorno, si alternarono all’interno delle sue strutture, sottoponendosi, nell’arco di una settimana,  alle visite mediche, ai colloqui psico-attitudinali ed infine agli esami di ammissione della 1^ Classe del Corso Normale.

 

 

Con le motivazioni più disparate, ognuno di loro aveva deciso di staccarsi dal proprio ambiente familiare, dal quartiere dove abitava, dalle strade e dai locali che abitualmente frequentava insieme agli amici con scanzonata allegria, da quei luoghi un poco più appartati dove, nella penombra dei lampioni di un lungomare, del piccolo parco comunale, della piazza o di un vicolo che riportava sulla strada di casa, era solito passeggiare stringendo a sé la propria ragazza.

 

Essi lasciavano momentaneamente tutto questo per cominciare un nuovo percorso, con la speranza di riuscire a diventare un Ufficiale della Marina Militare. Che cosa li sospingeva? Passione per il mare? Fascino della divisa? Convinzione per il servizio militare? Necessità di “un posto sicuro”? Il desiderio di essere subito indipendenti? Tradizione familiare?….. non lo sapremo con certezza, probabilmente fu un po’ di tutto questo, ma sicuramente fu una scelta che avrebbe cambiato radicalmente il loro destino.

 

Non ricordo quanti eravamo esattamente al concorso di ammissione, ma il numero di quei ragazzi si ridusse sensibilmente durante le selezioni in quei tre mesi estivi. Molti ritornarono a casa, alcuni senza rammarico, altri anche piangendo per il primo risultato negativo della loro vita, altri ancora promettendo a sé stessi che ci avrebbero riprovato.

Alla fine solo una parte di essi ricevette a casa l’atteso telegramma che li convocava a Livorno il 29 settembre. Quel giorno, alcuni in blue jeans, altri in giacca e cravatta, ma tutti ancora con i capelli lunghi, varcarono i cancelli di San Jacopo dietro ai quali sorgeva, in tutta la sua austerità, il “sommo” Istituto, che a Livorno è conosciuto anche come l’Università del Mare dove questi ragazzi iniziarono a scrivere, da protagonisti, un nuovo capitolo sul libro della loro vita.

 

Già il pomeriggio del giorno successivo ci fu l’incontro con il Comandante alla Classe, il Capitano di Corvetta Paolo Alberto Timossi, “Ufficiale gentiluomo” che per i primi due anni fu responsabile di tutti noi e che insieme ai suoi collaboratori, i Sottotenenti di Vascello De Polo, Valentini, Parziale e Lupi, ci insegnò come affrontare con sicurezza, dignità e capacità la professione dell’Ufficiale della Marina Militare.

 

La felicità di avercela fatta ci aiutava ad affrontare la dura realtà dei primi giorni di Accademia, con la sua disciplina, le punizioni con i giri di barra sul brigantino o i giri di corsa in piazzale, e talvolta anche con la “reclusione a Villa Serena” dove, dalla piccola “cella” che si affacciava sul mare, guardavi il tramonto abbandonandoti ai tuoi pensieri, gli unici che in quella occasione erano veramente liberi di volare sulla città che ti ospitava, una città che nulla conosceva di te in quel momento ma che era orgogliosa di essere la sede di uno dei più prestigiosi Istituti  della nazione.

 

Un mondo nuovo dunque quello dell’Accademia, fatto di “anziani” con la “pizza” sugli occhi, le braccia conserte ed i calzoni corti alle caviglie. Gli anziani ti chiamano “pivolo” e il loro comportamento ti aiutava ad essere meno imbranato stimolando in te reazioni ed amor proprio grazie ai quali spesso riuscivi ad evitare brutte situazioni. Il segreto per sopravvivere a volte era quello di trovare un “centenario” che ti accogliesse sotto la sua ala protettrice.

 

Le prime “franchigie” per le vie di Livorno, di solito in gruppo, consentivano di farti sentire meno la mancanza della tua famiglia lasciata con nostalgia e dei tuoi amici che ti avevano visto partire, chissà forse invidiandoti un poco per la fortuna di essere riuscito ad entrare all’Accademia Navale. Erano le franchigie con il borsellino al seguito, vestiti da spaventapasseri con il pastrano, il cordone bianco al collo e la pizza da marinaio in testa, in attesa di poter sfoggiare la divisa da cadetto che però ci sarebbe stata consegnata solamente il 1° dicembre.

 

Quelli erano i giorni nei quali il Corso iniziava ad amalgamarsi, quando cioè al suo interno cominciava a pulsare lo spirito di corpo, l’affiatamento, l’amicizia, la competizione e forse anche la rivalità. I giorni ed i mesi trascorrevano implacabilmente, molti rinunciarono perché non riuscirono ad inserirsi nel nuovo ambiente, altri cedettero al ritmo serrato con cui si svolgevano gli eventi in Accademia: sveglia all’alba, ginnastica al freddo mattinale, studio, colazione, ore di lezioni, pranzo, attività sportiva a stadio

o in piscina con il tuffo di testa da cinque metri, un incubo per molti di noi!

Poi la merenda pomeridiana quando si passava in “galleria” a prelevare dai vassoi di acciaio il fantomatico panino con la mortadella o con la cioccolata per poi ritirarsi in quell’enorme stanzone con i banchini tutti allineati sui quali si studiava fino alle otto di sera, quando finalmente si scendeva alla mensa per la cena.

Quindi un paio di orette di relax in “sala ricreazione” o, dopo una corsa frenetica attraverso la “galleria allievi” per non trovare troppa fila, snocciolare i gettoni dentro la loro fessura del telefono parlando con un familiare. Infine la giornata si spegneva nei dormitori alle 22:30 quando una tromba intonava melanconiche le note del “silenzio” e tu, nel buio, coricato nel tuo letto, cercavi tra i tuoi pensieri un conforto, uno stimolo, un poco di pace. Chi restava incominciava ad abituarsi al ritmo frenetico delle varie attività.

La prima grande cerimonia che ci vide compatti, ben allineati ed emozionati nello sfoggiare la bella divisa da cadetto, dalla quale luccicava lo spadino madreperlato e dorato, fu il 5 dicembre, un paio di mesi dopo il nostro ingresso in Accademia. Quel giorno eravamo tutti là, inquadrati nel piazzale, davanti ai nostri genitori e parenti che dalle tribune, con gli occhi gonfi di orgoglio e commozione, ci guardavano incastonati in un imponente schieramento fatto di Allievi, Aspiranti e Guardiamarina, nella cornice del brigantino che si stagliava sullo sfondo azzurro del mare prospiciente. Lo stesso scenario si sarebbe ripresentato l’anno successivo, il 4 dicembre 1973, ma questa volta i veri protagonisti eravamo proprio noi. Il cuore batteva all’impazzata, la pelle si accapponò sotto la nostra divisa, il grido rimbombò nel piazzale all’unisono, “Lo Giuro!” e le note austere dell’inno nazionale che riecheggiarono tra lo scroscio degli applausi dei parenti-spettatori fecero il resto. Avevamo giurato fedeltà alla Patria.

Arrivò anche la prima breve licenza, quella natalizia nel dicembre del 1972, sicuramente la più importante. Ti sentivi un po’ confuso, a casa ti guardavano in maniera strana quando tagliavi le mele con coltello e forchetta e gli amici volevano sapere tutto sul tuo nuovo mondo e tu cercavi di cambiare discorso, la ragazza non ti aveva ancora “mollato” e tu ne eri felice. Il rientro in Accademia ai primi di gennaio e tutto torna con i ritmi e la frenesia tipica dell’Accademia Navale: gli studi e gli esami di fine anno ….poi la crociera estiva della quale ne avevamo sentito parlare molto e del cui itinerario eravamo da tempo in curiosa attesa. Chissà quali mari, chissà quali porti avremmo visitato; ma la notizia arrivò implacabile, inaspettata: l’Amerigo Vespucci non era disponibile a causa del protrarsi dei lavori di manutenzione. Chi l’avrebbe mai immaginato, noi stavamo per “passare alla storia” come gli Allievi 1^ Classe che non hanno fatto la crociera estiva sul prestigioso veliero della Marina Militare. Così ci toccò una crociera estiva di “basso profilo”, programmata con itinerari differenti, sparpagliati a rotazione su quattro “navi di squadra”: Etna, Doria, Impavido e Carabiniere, i cui equipaggi fecero comunque del loro meglio per accoglierci ed istruirci.

 

– Nave Etna – C.V. Colombo.

Itinerario: Livorno, Barcellona, La Maddalena, Casablanca, Funchal, Cagliari, Orano, Malaga, Malta, Gaeta, Civitavecchia, Santa Margherita Ligure, Tunisi, Palma di Majorca, Portoferraio.

 – Nave Doria – C.V. Pescatori.

Itinerario: La Maddalena, Smirne, Istanbul, Algeri, Cagliari, Casablanca, Santa Cruz de Tenerife, Gaeta.

– Nave Impavido – C.V. Pirozzi. Nave Carabiniere – C.F. Mariotti.

Itinerario: Taranto, Suda, Sebastopoli, Odessa, Istanbul, Suda, Portoferraio.

Di queste quattro navi, l’Etna fu un po’ la nostra “nave madre”, quella che ci accomunò, dove si formò lo spirito del Corso durante una crociera piena di imprevisti e di situazioni anomale, non ultimo il colera che colpì la costa campana dove avremmo dovuto fare tappa.

E’ in questo scenario che nasce il nome del Corso che non poteva non stigmatizzare tutta una serie di eventi “a sorpresa”: ODISSEA

 

Dopo una breve licenza si rientra in Accademia. Qui ci attendono alcune novità niente più dormitori, ma simpatiche camerette soppalcate, a quattro posti, ci consentono un maggiore comfort nella routine della vita quotidiana e durante le ore di studio.

 

Sul braccio del maglione blu compare la seconda striscia rossa, sul bavero della divisa luccica argenteo il numero “DUE”; siamo Allievi 2^ Classe, siamo Anziani ……e benché qualcuno di noi avesse promesso che non saremmo stati come i nostri predecessori, abbiamo fatto esattamente quello che i Corsi precedenti hanno sempre fatto: “svegliare i pivoli”.

L’aspetto dell’anziano non è esteticamente dei migliori: berretto scafato inclinato in avanti, quasi sul naso, pantaloni lunghi ma non abbastanza per coprire adeguatamente le scarpe nere, andamento di corsa con classico struscio delle suole sul pavimento; la storia si ripete e si arriva velocemente alla seconda crociera estiva, siamo nel luglio del 1974. Questa volta non ci sono sorprese, la nave è quella prevista: nave San Giorgio. Anche in questo caso si rincorrono ricordi.

 

– Nave S. Giorgio – C.V. Bomben.

Itinerario: Livorno, S. Cruz de Tenerife, Brigeletown, La Guaira, Cartegena, Port au Prince, Pt. Everglades, Philadelphia, Port Sant George, Casablanca, Portoferraio.

Il rientro in Accademia e la ripresa degli studi ad ottobre 1974 ci appare come una cosa del tutto normale, scontata ma con due grosse novità. Abbiamo un nuovo Comandate alla Classe, il Capitano di Corvetta Sandro Giometti; sarà lui, tra due anni, a consegnarci alla Marina, quella vera, quella delle navi “grigie”. L’altra novità consiste nella nuova divisa, quella da Ufficiale della Marina, con la sciabola e la sciarpa azzurra. Sul braccio si staglia la “lasagnetta” dorata: siamo Aspiranti Guardiamarina, ma non basta, iniziamo a percepire anche i primi “stipendi” e l’orgoglio di essere arrivati a tale risultato si vede tutto sui nostri volti.

Il piano di studi presenta un deciso incremento delle materie professionali con insegnanti “in divisa” che ci parlano di radar di punteria, di cannoni, di missili, di guerra di mine e subacquea, di manovre cinematiche e noi ci immaginiamo già di essere a bordo di una nave “grigia” per mettere in pratica quanto stiamo imparando. Per i nostri compagni dei Corpi Tecnici, il piano di studi conserva l’impronta universitaria, finalizzato al conseguimento della Laurea presso le università di Genova, Trieste e Napoli.

Poi gli esami di fine terza Classe, e l’imbarco, ma questa volta sulle navi di Squadra. Un tirocinio di circa tre mesi, durante il quale il Corso viene sparpagliato nelle basi di La Spezia, Taranto ed Augusta; tre di noi imbarcano addirittura su un incrociatore della U.S. Navy.

E siamo all’inizio del quarto anno d’Accademia, autunno del 1975, vestiamo il grado di Guardiamarina, ufficiali della Marina Militare a tutti gli effetti ed in quanto tali, il 12 dicembre di quell’anno giuriamo fedeltà alla Repubblica, singolarmente nelle mani del Comandante in II^ dell’Accademia Navale, il Capitano di Vascello Danilo Celli.

Siamo davvero sul finale, il piano di studi è pressoché identico al precedente anno ed abbiamo più tempo per le franchigie. All’interno dell’Accademia giriamo come dei “signori”, camminiamo nel piazzale e in “galleria”, frequentiamo lo stadio e la piscina mentre gli Allievi della 1^ Classe che incrociamo ci salutano militarmente con profondo rispetto …….e noi comprendiamo bene cosa essi hanno nell’animo!

Questa volta l’anno accademico sarà più breve degli altri ma prima di lasciare l’Accademia ci attende un evento molto importante alla cui organizzazione ci dedichiamo un poco tutti, ed al quale inviteremo a partecipare, in segno di gratitudine, tutto il personale dell’Accademia, civile e militare, che ci ha seguito durante il processo della nostra formazione. Ma per quell’evento saranno al nostro fianco anche le persone a noi più care che, da casa, ci hanno sostenuto, confortato, spronato: è la grande festa del Mak P100!

A febbraio 1976 iniziano gli esami di fine 4^ Classe ed oltre all’ansia che essi provocano in noi, ci si mette anche quella di conoscere il nome della nave di squadra che segnerà per ciascuno di noi la prima destinazione di servizio, che raggiungiamo il 5 marzo 1976, mentre i colleghi dei Corpi Tecnici vengono avviati alle rispettive Università per conseguire la Laurea.

E’ la fine di una storia fatta di uomini, di emozioni e di sentimenti. E’ l’inizio di una nuova storia fatta di responsabilità, di lavoro, di gestione di uomini e mezzi, dove per l’appunto non mancano mai gli uomini, le emozioni ed i sentimenti. Molti di quegli uomini, nel corso dei lunghi anni successivi, hanno lasciato la Marina per realizzare altre aspirazioni che la vita stava offrendo loro in quel momento, ma se c’è una cosa sicura, è che la storia che è stata qui raccontata accomuna tutti questi uomini che si riconoscono nel Corso ODISSEA.